Autore:
A. Michele Angioni
 

L'ARBOREINO: Mussolinia-Arborea
BONIFICA DELLA PIANA DI TERRALBA

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.."l'altro libro" :
720 pagine
sulla
fenomenologia
della
redenzione della Piana di

ARBOREA

TERRALBA

MARRUBIU


Credits


 


STORIA


Alla fine del 1918 si era conclusa la fase del Concepimento della Bonifica, era stato tracciato il solco. I presupposti per dare l'avvio all'impresa erano stati incoraggianti. E soprattutto i Terralbesi poterono iniziare a (ri)costruirsi una "nuova esistenza", migliorare la qualità della vita, rinnovare - forse - le loro radici persino con la "nuova gente" che sarebbe senz'altro arrivata (arrivò) da altre realtà e decise di restare, attratta dal lavoro e dal possibile benessere, contribuendo alla riuscita di un'opera bonificatrice immane, integrandosi con l'antica popolazione alla quale quella plaga desolata apparteneva. In quel momento, i Sardi non erano ai margini né esclusi ed il "regime" era ancora di là da venire! <<...e ci saranno degli utili per tutti...>> sosteneva l'Ingegnere e la sua idea non era quella di perpetuare la mezzadria. Lavoratori  nei pressi della ferrovia a scartamento ridotto utilizzara per il trasporto del pietrame. <<..."integrare", non "sostituire", la popolazione locale...>> affermava Pierazzuoli a Porcella. 
 La redenzione delle terre va difesa come valore-condiviso-dell'identità-della-Bonifica, pur non avendo il concetto-di-redenzione sempre coinciso con quello di solidarismo ed equità. I Terralbesi, infatti, han forse pagato più di tutti il prezzo di una lacerazione della loro identità contadina. Mentre i Veneti, in particolare, si sono giovati invece delle loro note tradizioni rurali votate al collettivismo. Nessuno potrà negare qualche disvalore, che ci fu certamente, ma ce ne corre dall'affermare che per Terralba non c'è stata redenzione. D'altronde, non si può disconoscere che la tradizione della ruralità del contadino settentrionale affondi le radici fino alla metà del XVI secolo, quando inizia a diffondersi la così detta "Mezzadria Poderale", che <<permettendo al colono di insediarsi su un territorio in sé conchiuso ed unitario, è in grado di fornirgli la maggior parte dei prodotti naturali necessari al suo sostentamento...>> (L'Arboreino). Il Contratto di Mezzadria stabilisce l'obbligo del coltivatore di risiedere sul fondo. L'esatta metà della produzione totale spetta al proprietario. Tra le clausole figura anche l'obbligo da parte del colono di apportare sempre nuove migliorie al podere, di accrescere ogni anno il numero degli alberi da frutto, degli ulivi, delle viti, eccetera (ved. Contratto di Mezzadria dell'Azienda agricola della S.B.S. applicato dal 15 settembre 1928). Infine, il dovere di tributare al "padrone" le onoranze: pollame, uova, galline, prestazioni di lavoro gratuite e...quant'altro! 
E' questa esperienza dell'uomo del Nord, acquisita nel corso di quasi cinquecento anni, che farà pendere la bilancia dalla sua parte nella decisione di preferirlo all'isolano sardo per la colonizzazione (dal 1927-28) della Bonifica di Terralba. Lo sa bene Dolcetta - che non vuole correre rischi, lo sa bene Porcella - che giudica i suoi paesani e corregionali lavoratori "a giornata" e attaccatissimi al paesello. I fatti, peraltro, daranno ragione all'Ingegnere veneto e moltissimi sardi saranno apprezzati nel momento in cui non si tireranno indietro nella fase di modernizzazione operata con la Bonifica. Voler dare "per forza" valore politico alla riuscita del risanamento delle terre dell'Oristanese, dalla Diga del Tirso in poi, appare giustappunto una "forzatura", che fa solo male alla interpretazione corretta del passato, un'intrusione inopportuna nella storiografia. Solo un libero dibattito culturale fugherà derive ideologiche ed eventuali casi di malafede intellettuale. 
Il "fenomeno Arborea", a ben vedere, è il risultato delle condizioni antecedenti la Bonifica e, fra queste, si può accettare - politicamente parlando - il contesto-legislativo-liberale dell'"età giolittiana" del primo Novecento in cui emerse il superiore interesse generale per la modernizzazione della gracile Italia uscita dall'Unificazione ed in cui potè esprimersi persino il Riformismo di Turati (ideali di socialismo umanitario e migliori condizioni per le classi lavoratrici) e di Nitti (Sinistra Liberale, "questione meridionale") fino a Porcella, interessati alle sorti della Sardegna e che fagocitarono il capitale finanziario, le idee ed i progetti tecnici, la risolutezza della popolazione in generale e la grande-costante tenacia degli operai e dei coloni, convinti - come società civile e nella politica di modernizzazione - di partecipare alla vita pubblica. Rimettere, perciò, a fuoco personaggi-simbolo come Porcella aiuta: a mettere i tasselli giusti per una storia-condivisa, non vaghe "antistorie" in contrasto certamente con Storia vera, documentata. 
 E allora, quali migliori testimonianze degli uomini ancora in vita che, "dall'importantissima fase progettuale e ruolo amministrativo-politico-sociale di Felice Porcella (sollecitato dalla sua popolazione) all'iter-burocratico-legislativo seguito dall'ideatore-proponitore Antonio Pierazzuoli, dall'interessamento fattivo ed autorevole del Re-dei-laghi-artificiali Angelo Omodeo, alle chiare e dinamiche spinte realizzatrici di Giulio Dolcetta appoggiato dai suoi collaboratori Ottavio Gervaso e Carlo Avanzini, gli Ingg.Stanislao e Dionigi Scano e anche dai capitali dello Stato e della B.C.I. e della Bastogi", operarono finalmente a pieno ritmo per la realizzazione dei progetti? 
Sono essi, gli operai-pionieri-sardi, in numero sempre più consistente, dai primi giorni del 1919, che trasformeranno radicalmente le terre affacciate sul Golfo d'Oristano ed a partire dalla ex cascina dei Villahermosa, distribuiti ordinatamente per diboscare, per spianare colline di sabbia intorno agli stagni (togliendo, purtroppo, la possibilità di nidificazione alle migliaia di gruccioni), per colmare gli acquitrini, per costruire canali di scolo e di irrigazione, per realizzare strade e camminiere delimitate da alberi frangivento, per dissodare i terreni, per impiantare vigneti e frutteti, per sbarrare e deviare fiumi e torrenti, eccetera, affrontando disagi di ogni genere, dormendo all'addiaccio, mangiando poco e male, col rischio della malaria sempre incombente. Sono uomini che troveranno anche la morte nello svolgimento del lavoro o che non ce la faranno a sopportare tanta fatica, eppure a migliaia si presentarono per lavorare e per avere quella paga che rappresentava un primo miracolo. 
Ed ecco formarsi le storie del "io c'ero, mentre i fatti accadevano" (ved. L'Arboreino), la-prima-storia-dei-ricordi. Fra tante (...) quella di 
Erminio Corrias (1916-2002) che vuole essere più preciso: <<(...) per il Cav. Paolo Melis, così era chiamato da tutti quel burbero omone fedele esecutore delle direttive degli Ingg. Scano e Dolcetta, il ritmo di lavoro e la produzione dovevano essere altissimi (...). Tutti i lavori da lui organizzati con decine di assistenti capaci e volenterosi sono ancora oggi un esempio di efficienza, non si è mai perso un pezzo di cemento! I terreni da sempre abbandonati cominciarono a cambiare aspetto sotto i nostri occhi: spianamenti, impianto di vigneti e messa a dimora di piante frangivento, canali per l'irrigazione, case coloniche e d'Azienda a mano a mano assegnate agli agricoltori continentali ed ai tecnici, i quali cominciarono a far fruttare , dal 1928, ettari ed ettari di terra mai dissodata. Ed i Terralbesi ed i Marrubiesi no, non hanno mai voluto allontanarsi dal paese se non per il tempo della giornata di lavoro. Dormire lontano da casa era cosa rara. Altri sardi che provarono a "fissarsi" al podere assegnato, rinunciarono alle prime difficoltà ed anche perché non riuscivano ad avere quell'unità d'intenti e numero sufficiente di individui adatti a svolgere i programmi ed i ritmi di lavoro propri del contadino-allevatore "a mezzadria". Solo agli inizi degli anni Sessanta altri sardi, oggi allevatori al pari dei continentali, (ri)cominciarono ad occupare i poderi liberi della Bonifica, ma non i Terralbesi o dei paesi limitrofi! Si deve principalmente a Felice Porcella, amministratore locale e parlamentare, se la fame atavica della popolazione sparì di colpo fin dal 1919. Con i suoi progetti e la sua ostinata determinazione volle il risanamento del territorio "alleandosi" con gli uomini giusti. Ebbe il solo scopo di vedere i Terralbesi tutti impiegati nei lavori dell'agricoltura. La nostra grande felicità fu il lavoro per tutti e la possibilità di farci una casa ed una famiglia. Non credo che senza i continentali saremmo riusciti a vedere tutto questo benessere. I Terralbesi hanno perso delle occasioni irripetibili. Ma questa sarebbe un'altra storia!>>.


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