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l'altro libro" :
720 pagine
sulla
fenomenologia
della
redenzione della Piana di
ARBOREA
TERRALBA
MARRUBIU
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MIGRAZIONE INTERNA, flusso migratorio dalle province del Regno ( Coloni - Mezzadri )
Il 1926 è anno di grave crisi per l'agricoltura della Valle Padana. Le Imprese non sono in grado di fronteggiarla per i mutui bancari troppo onerosi, per il calo del livello dei prezzi del grano e del mais, per il prelievo fiscale su alcuni prodotti e per la insostenibilità della concorrenza del bestiame importato dalla Jugoslavia. Per far fronte all'emergenza e per non creare disoccupati permanenti, il Governo assume alcune misure urgenti in materia di migrazione e di colonizzazione (R.D. del marzo 1926), istituendo il Comitato per la migrazione interna, con lo scopo di: - studiare e proporre i provvedimenti necessari per agevolare il flusso migratorio dalle provincie del Regno con popolazione sovrabbondante verso quelle meno abitate del Mezzogiorno e delle Isole, suscettibili di una più
alta produzione industriale e terriera. Il Comitato, insieme con i Provveditorati alle OO.PP., creeranno nuove fonti di lavoro con investimenti dello Stato al Sud-povero-di-infrastrutture e con vaste estensioni di territorio notevolmente degradate. I Comuni, le Provincie ed i Consorzi, pur di ottenere i finanziamenti consentiranno l'assunzione di una quota di settentrionali. Anzi, questa clausola sull'impiego dei "forestieri", ancorchè obbligatoria, si rivelerà per molti Enti un incentivo. I proprietari terrieri come la SBS accetteranno le famiglie coloniche segnalate dal Comitato per la Migrazione Interna solo se hanno una reale necessità intravedendo, nella loro utilizzazione, un qualche ragionevole utile aziendale; - l'acqua del Tirso tarda ad arrivare. 
La canalizzazione stenta a compiersi, ma la realtà socio-economica a livello regionale e la pressione politica a livello centrale premono perchè la Bonifica di Terralba accolga coloni provenienti dal Polesine o comunque Veneti, per favorire la regione italiana che registra l'indice più alto di emigrazione (all'Estero) e che già pratica un'agricoltura irrigua, secondo gli indirizzi che si vogliono attuare. Giulio Dolcetta si dovette adeguare (altro che becera-e-retriva-ideologia-colonialista, come gli è, immeritatamente, attribuita) e, molto probabilmente, si ricordò dei giudizi di Felice Porcella (Satana, Interessi Isolani, 1919 -
saggio M.C.Soru, p.332), che: <<(...) indicava nella profonda figura del colono sardo un profilo umano diverso: preferisce il nostro contadino vivere dove sorge il suo Municipio e la sua Chiesa, dove è la Caserma dei Carabinieri e la Pretura, dov'è la scuola e l'asilo, dove ha a portata di mano il medico, il veterinario e la levatrice, il farmacista, dove può ogni giorno avere rapporti diretti colla cassa rurale, colla società operaia e dove magari nei giorni e nelle ore di riposo s'incontra nella bettola e nei pubblici e privati ritrovi coi suoi compagni di lavoro, cogli amici e coi parenti (...)>>, quando decise di privilegiare i Veneti per la colonizzazione della Bonifica. Egli, in quei frangenti, è anche Presidente della Federazione degli Industriali della Provincia di
Cagliari e cerca di fare gli interessi della Società che presiede ritenendo poco adatti i rurali sardi per i progetti da realizzare: ciò a causa della loro estraneità ad esperienze produttive incentrate su rapporti contrattuali di colonia o mezzadria, ma, soprattutto, del loro radicato individualismo. La secolare reticenza dei sardi a vivere isolati in case sparse sarà poi il motivo che farà loro disertare i poderi. Perderanno l'occasione di acquisire un patrimonio di conoscenze e di nuove tecniche, da trasmettere anche ai paesi circostanti per accelerare la tanto agognata trasformazione agraria (almeno fino agli anni Sessanta);- la ruralizzazione voluta dal regime si deve attuare anche se, per il momento, non può servire ai contadini e braccianti sardi poichè non abituati a coltivare la
terra con le tecniche evolute già sperimentate, per esempio, dai Veneti e che Dolcetta decide di adottare per non correre rischi. Sa bene, peraltro, che l'agricoltore Veneto non è di indole solitaria: anche vivendo in case sparse ed una volta insediatosi sul fondo assegnatogli, si renderà quasi autosufficiente (proprio pane nel forno di casa, allevamento degli animali, latte, carne, uova, frutti della terra, pure il vino nella propria cantina gli garantiranno quasi tutto ciò di cui ha bisogno. Il suo carattere allegro e gioviale farà il resto. Da diverse parti d'Italia, famiglie coloniche si dichiareranno "pronte a lasciare i propri luoghi d'origine per andare a lavorare in altre zone". La domanda si vivacizzerà al momento della estensione dei finanziamenti di sostegno diretti
all'occupazione di nuclei rurali e della concessione ai coloni del premio-di-colonizzazione per la loro permanenza in zone di bonifica; - il Prefetto di Rovigo, Comm. Giacone, riesce a persuadere il Presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde a finanziare la costruzione di un villaggio nell'Azienda S.B.S.. La scelta cade su una striscia di circa mille ettari, il Centro Agricolo Alabirdis in mezzo. Inizia subito la stesura dei progetti da parte dei Tecnici della Società Sarda Costruzioni retta dal cognato di Dolcetta, Ing. Carlo Avanzini. Questo fatto interrompe, immediatamente, l'ampliamento delle "12 Grandi Aziende"
come da Progetto-Pierazzuoli, e cioè della stessa Alabirdis, S'Ungroni, Linnas, Torrevecchia, Pompongias, Tanca del Marchese, già realizzate. Le risorse finanziarie vengono così dirottate per la costruzione di case-sparse a formare poderi di 10-12-16 ettari ed a copertura di tutto il territorio dallo Stagno di San Giovanni-Marceddì a quello di S'Ena Arrubia. I poderi dovranno far capo al centro direzionale del "nuovo nucleo" in Alabirdis (città-nuova). L'assetto del nuovo Villaggio viene delineato in una ordinata trattazione intavolatasi tra il Pref. Giacone con Drogato (Vice Direttore della Cattedra Ambulante d'Agricoltura di Rovigo) e Giulio Dolcetta con Ottavio Gervaso (Dirigente la Tenuta di Terralba della S.B.S. con sede operativa alla Tanca del Marchese). Si prendono accordi
sulla consistenza delle famiglie, che devono essere di sette membri - dei quali 4 (uomini e donne) atti al lavoro. Il Patto contempla: - assegnazione dell'abitazione, consegna del terreno dissodato pronto da arare per la semina, anticipo dei capitali di prima lavorazione, anticipazioni per le necessità della vita e delle coltivazioni, divisione a metà dei prodotti del podere e del reddito di stalla, opzione della SBS sul prelievo al prezzo del mercato di Oristano di tutti i prodotti che non risultino utilizzabili dal colono. Giacone e Dolcetta si accordano, altresì, per un primo scaglione di braccianti polesani (del Rodigino) limitato a 150 per evitare lagnanze dei locali; preparazione dei baraccamenti per alloggiarli, senza famiglie, (casette di Luri, baracche a nord di Sassu e zona Alabirdis;
sei-sette mesi di tempo di permanenza per acclimatarsi (lavorando) e rientro in caso di problemi; chiamata dei congiunti a mano a mano che sono pronte le abitazioni.
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