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ARBOREA
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MARRUBIU
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ARBOREA: COME E’ STATA POSSIBILE?!
La bonifica di Terralba-Tanca del marchese-alabirdis-villaggio Mussolini- Mussolinia di Sardegna-Arborea2008: 90esimo dall'inizio della Bonifica 2008: 80esimo dalla nascita della città nuova
A Giulio Dolcetta
toccò l’evento immane di presiedere alla gestazione della Bonifica di Terralba-Mussolinia-Arborea per creare dal nulla e realizzare la nascita di un regno della vita, dove imperversavano
paludi e malaria, siccità e miseria. Il 29 ottobre 1928 quella gestazione, durata dieci lunghissimi anni, finì con l’inaugurazione della cittadella antesignana delle
città nuove
PRIMA
CITTÀ NUOVA del regime e prima Bonifica Integrale modello. Seicento abitanti circa ed un migliaio di sardi e continentali del circondario parteciparono a quel giorno
memorabile dell’inaugurazione, presente – per il Re d’Italia Vittorio Emamuele III e per il Capo del Governo Benito Mussolini, il Ministro Costanzo Ciano; per la Chiesa il Vescovo di Ales
Mons. Emanuelli; quindi la S.B.S. al completo con tutti i suoi invitati; L’Unione Sarda a commentare l’esistenza del Villaggio Mussolini; dopo due anni - il 29 dicembre 1930 – Comune
Autonomo Mussolinia di Sardegna; Arborea dal 17 febbraio 1944.
In
Sardegna, la riforma iniziata con la Bonifica dell’Oristanese fu il segnale di una riforma agraria che avrebbe potuto essere poderosa. Abortì invece quasi sul nascere per l’opposizione dei
grandi agrari alleati con la politica. Quei “padroni” opposero, per anni, un atteggiamento d’indifferenza - per le terre abbandonate e deserte - ed un atteggiamento di rifiuto - allorché le
opere di risanamento interessarono le-terre-della-rendita - verso le bonifiche attuate dal Fascismo e verso ogni trasformazione delle campagne. Fino al punto d’annullare quella via
capitalistica in direzione della riforma agraria, indicata da Serpieri e tracciata da Omodeo e Dolcetta: la commistione tra gerarchie politiche e gli istituti di credito faranno il resto.
Questo, tra l’altro, il pensiero su quanto avvenuto e ben analizzato dallo storico-saggista Paolo Fadda che, giustamente, nei suoi scritti afferma essere Arborea l’unica città sarda riuscita
a sfruttare la terra redenta per prosperare ed arricchirsi. L’avvio del
processo d’industrializzazione in Italia tra fine Ottocento e inizi del Novecento trovava infatti la Sardegna sempre alle prese con le sue profonde contraddizioni: la pecora il miglior
affittuario, campi non coltivati, acque malgovernate, aziende agricole male attrezzate, scarse attività produttive e di trasformazione a causa dei terreni quasi sempre incolti, pascolo
vagante e distese sconfinate di paludi e acquitrini, con la
MALARIA sempre incombente, dove la causa del terribile morbo non era la mal’aria, cioè aria malefica – come
erroneamente creduto – ma un parassita microscopico, il plasmodium, che vive e si riproduce nel sangue dell’uomo ed è trasmesso all’individuo sano dalla femmina della zanzara
anofele. Lo Stato, gli industriali, i capitalisti e le banche erano in quel momento i nuovi protagonisti della scena
economica italiana, che vedeva la pubblica spesa dirigersi su aspettative di ampio e vasto sviluppo come il settore dell’industria elettrica. In questo scenario, molte erano in Sardegna le
possibilità offerte da una razionale e sistematica utilizzazione delle grandi risorse idrauliche, in vista di uno sviluppo della sua ricchezza potenziale: il Tirso, il Flumendosa, il
Coghinas ed il Temo erano corsi d’acqua sregolati e irrefrenabili nei periodi di piena e responsabili di paludi e stagni. <<Immagazzinare l’acqua per renderla costante in tutto l’anno e
disciplinarla trasformandola da variabile meteorica in variabile conforme alle necessità dell’agricoltura, dell’industria e dell’igiene…>> - suggeriva l’ing. Angelo Omodeo,ai primi
del Novecento sull’Isola per conto della Banca Commerciale Italiana (B.C.I.). L’avvio di un processo di sviluppo <<richiedeva la presenza di organismi e istituti finanziari del tutto assenti
dall’Isola e - ancora - la mutazione e la trasmissione di quanto la scienza aveva acquisito in fatto di tecnica agraria e di agronomia riguardava non più l’informazione individuale e
singola, ma il complesso stesso dell’intera realtà economica e sociale della Sardegna. (G.Pisu)>>. La Sardegna dunque doveva
assolutamente svegliarsi dal suo torpore e dal suo tradizionalismo, quando non negativo individualismo, accettando lo slancio proveniente dall’esterno: un impulso innovatore, che
comincerà ad operare proprio con l’interessamento della B.C.I. orientato verso la terra dei nuraghi. La Banca vedeva in positivo il rapido sviluppo dell’industrialismo nazionale, il
crescente intervento dello Stato nel settore delle opere pubbliche, la legislazione speciale per il Sud e per le Isole con la conseguente opportunità di finanziamenti pubblici e
d’agevolazioni creditizie e fiscali, nonché le entusiastiche speranze riposte nell’elettrificazione come volano dello sviluppo industriale. Si presentava per l’Isola un’occasione
irripetibile per uscire dall’arretratezza e dal sottosviluppo, grazie ad un’ampia spesa pubblica ed alla presenza di un istituto di credito e delle grandi compagnie del capitale privato, per
il risveglio dell’economia. Presso il Ministero dell’Agricoltura fu istituito (1909) l’ufficio speciale per la Sardegna. Cocco Ortu, Ministro dell’Agricoltura con Giolitti, promotore di
molte delle riforme sociali varate, rese possibili diverse Leggi Speciali per la Sardegna, la quale, per la prima volta, avrebbe avuto un reale boss politico con un seggio al Governo ed una
rete di uomini di fiducia. <<La matrice tecnica di quegli interventi politici dice Paolo Fadda stava peraltro nelle capacità propositive di un ingegnere illuminato come Edmondo Sanjust
di Teulada, Ingegnere Capo del Genio Civile di Cagliari, assertore vigoroso de l’intervento bonificatorio e idraulico da parte dello Stato e del Capitale Privato, e di un progettista
sapiente e di gran fama come Angelo Omodeo. A loro, infatti, va assegnato il merito d’aver avviato il grande progetto idraulico che () avrebbe preso corpo attraverso la stretta alleanza
formatasi tra gli uomini della Tecnica (Sanjust e Omodeo), gli esponenti della Politica (Cocco Ortu, Nitti e Turati) e gli operatori della grande Finanza (Giuseppe Toeplitz, B.C.I. e Giulio
Dolcetta)>>. Saranno allo scopo fondate la Società Elettrica Sarda (S.E.S.) nel 1911 e, nel 1913,la Società Imprese Idrauliche e Elettriche del Tirso (S.I.I.E.T.), le quali, con
l’aggregazione dei tre elementi anzidetti (ad avvalorare il concetto di sacralità attribuito al numero 3), sostanzieranno in effetti un trialismo potenzialmente vincente per poter avviare
l’agognato processo di modernizzazione dell’atavica staticità della Sardegna (nel 1918 sarà costituita la società numero tre, la Bonifiche Sarde, S.B.S., a infoltire il così detto Gruppo
Sardo, che si presentava come società di bonifica idraulica e di distribuzione di acqua irrigua e, nel contempo, come azienda agraria con un vasto piano di bonifica e di
COLONIZZAZIONE
agricola in un esteso comprensorio di 20mila ettari, con ciò lasciando dei dubbi - poi chiariti - per la remunerazione del capitale). D’altro canto, Paolo Fadda riduce ancora a tre le
parti importanti: in primo luogo la Bonifica con la sua ideazione progettuale all’interno dei grandi lavori elettro-idraulici; in secondo luogo gli ingegneri e tecnici e le imprese del
Gruppo Sardo che la realizzarono; poi gli uomini e le famiglie che l’abitarono e l’animarono con il lavoro ed i propri sacrifici. E per meglio precisare, è dell’opinione che: <<Mussolinia-Arborea
rimanga una realtà aggrovigliata e complessa, essendosi venuta a trovare al centro del guado di quella che è stata la trilogia agronomica del Novecento Italiano: il riformismo
elettro-idraulico di Turati e Nitti; la bonifica integrale di Serpieri e Mussolini; la riforma agraria di De Gasperi e Segni>>. D’altra parte, sempre per stare nell’ambito del 3-magico
(senza pretese d’afflato mistico), non si può non evidenziare il sodalizio
di tre divinità come Porcella
(ispiratore), Pierazzuoli (ideatore) e Dolcetta (realizzatore), triade legata da
leale convivenza e dai comuni interessi - scaturiti a Cagliari nell’aprile del 1918 - e dal cui processo triadico conclusero la fase del concepimento, dell’ideazione e della
realizzazione della Bonifica Integrale del Terralbese. Per dirla con Pierazzuoli: terra-capitale-lavoro per creare vaste aziende agricole con la bonificazione delle terre, per la cui
efficacia doveva essere ad un tempo idraulica-igienica-agraria. Il Regio Decreto 23 marzo 1910 aveva sancito Investimenti in opere pubbliche. Fu un invito rivolto ai detentori di capitali
consistenti. Oltre agli effetti economici immediati, il fine sociale ben preciso: la ruralizzazione dei terreni acquitrinosi dove, a causa degli Anopheles presenti in grandissime quantità,
era pressoché impossibile qualsiasi forma di presenza umana. La crisi economica, di portata mondiale nel 1907, impose al Governo ed alla Banca d’Italia interventi straordinari a sostegno del
sistema creditizio e bancario. Le leggi speciali, riunite in un Testo Unico per i Provvedimenti per la Sardegna, a causa d’inadeguati finanziamenti rimasero quasi inapplicate. Ci fu
l’istituzione delle Casse Ademprivili per progetti di miglioramento agrario e irrigazione e Direttore di quelle Sassari e Cagliari sarà l’Avv. Antonio Pierazzuoli, amico e collega di
Felice Porcella e collaboratore di Giulio Dolcetta anche nella costruzione della diga del Tirso. Il 4 novembre 1911 si costituiva quindi la S.E.S. sostenuta dalla B.C.I. e dalla Società
Strade Ferrate Meridionali. Scopo principale: esercizio di centrali generatrici d’energia elettrica da erogarsi come forza motrice per trazione ed altri usi industriali, ferrovie e tranvie.
Determinante il concorso di Angelo Omodeo il quale, su incarico della B.C.I. e della S.E.S., presenterà progetti ai fini della regolamentazione delle acque del Tirso con la costruzione di
una Diga: impianto che permetterà l’utilizzazione della corrente elettrica (carbone bianco) e l’irrigazione del Campidano, fra cui il Terralbese affacciato sul Golfo d’Oristano, soprattutto
per la possibile trasformazione dell’assetto agrario sardo. Nel 1912 l’Avv. Felice Porcella (Sindaco di Terralba dal 1895, Deputato dal 1913) da sempre proteso al risanamento del suo
territorio e della Sardegna tutta, presentava al Regio Parlamento un Progetto di deviazione del rio Mogoro, per mettere fine alle inondazioni ed agli impaludamenti, anche in vista
dell’eliminazione della piaga della MALARIA che poneva l’Isola al vertice della graduatoria della sua diffusione in Italia. Affermava Porcella:<<per la felicità e la fortuna di questo popolo
non basta curare soltanto la malaria del corpo, bisogna fugare anche la malaria dell’anima, che è l’ignoranza. Un popolo tanto più vale e può quanto più sa, perché l’ignoranza è compagna
inseparabile dell’ignavia e della miseria>>. Terralba, dalla cui bonifica nascerà Arborea, contava allora oltre cinquemila abitanti e inaugurava, su progettazione degl’ingegneri Remigio
Sequi e Dionigi Scano, un grandioso edificio scolastico dopo circa un anno dall’inaugurazione dell’Acquedotto. Dionigi Scano sarà Direttore Generale della Bonifica. La tesi di Francesco Saverio
Nitti di uno sforzo per far convergere l’intervento pubblico con l’intrapresa privata agevoleranno il decollo della realizzazione della Grande Bonifica dell’Oristanese, con la concessione di
essa a privati imprenditori, fondatori - il 23 dicembre 1918 - della Società Bonifiche Sarde (S.B.S.). Nitti, con numerosi diagrammi e statistiche - della Sardegna aveva posto in rilievo la
miseria, non disgiunta dal malessere sociale in atto (emigrazione e malaria), pur con la presenza d’industrie gestite da imprenditori continentali. Notava che a questo modesto settore
industriale s’affiancava un’agricoltura povera, cui i soli provvedimenti legislativi non avrebbero permesso condizioni d’acquisizione di dinamicità. La carenza di capitali, la poca
propensione all’innovazione, gl’indubbi ostacoli climatici, aumentavano la distanza dell’agricoltura sarda da quella continentale mandando delusa anche la più misurata aspettativa. Il 24
maggio 1913 si costituiva la S.I.I.E.T., di cui facevano parte solidi industriali veneti e lombardi con la B.C.I.. Scopo: - costruire in Sardegna bacini montani e grandi laghi artificiali
(Legge 11 luglio 1913 n.985), a partire dal Tirso, avvalendosi delle competenze tecniche di Omodeo. Insieme, la S.E.S. e la S.I.I.E.T. cominciarono ad operare in stretto collegamento fra
loro, all’interno della visione industrialistica propria al gruppo dirigente della B.C.I.: alla S.I.I.E.T. la produzione dell’energia elettrica nei grandi bacini idraulici isolani; alla
S.E.S. la sua distribuzione alle società minerarie ed ai Comuni. Negli studi dell’ing. Omodeo sui fiumi sardi erano previste le installazioni di serbatoi di grande capacità atti ad
assicurare sia la regolazione delle acque sia la produzione di ingenti quantità d’energia elettrica. Le acque immagazzinate nel serbatoio
del Tirso potranno alimentare una centrale elettrica
di 24mila KW di potenza e, successivamente, una centrale di 3.200 KW a Busachi. Per la funzione di risanamento agricolo il bacino del Tirso (poi Lago Omodeo, invaso di 400milioni di mc fra i
più grandi d’Europa) potrà fornire l’acqua necessaria per l’irrigazione della vasta regione dell’Oristanese. Il piano concepito da Omodeo aveva trovato nella S.E.S. l’ardimento e
l’energia per la sua traduzione in atto e, grazie all’iniziativa ed alla competenza dell’ingegnere veneto Giulio Dolcetta, il fratello Bruno condirettore della B.C.I., e dei suoi mirabili
collaboratori, tra il 1916 ed il 1917, erano partiti i preparativi per la realizzazione di quel complesso di lavori, dai quali dovevano discendere la trasformazione delle zone interessate e
l’impulso di una nuova vita economica. In concomitanza della Disfatta di Caporetto (ottobre-novembre 1917,
pochi uomini e Dolcetta appena giunto in Sardegna), a Ula prendeva il via la
costruzione della Diga del Tirso, inaugurata il 28 aprile 1924 da Vittorio Emanuele III re d’Italia. Il Bollettino della Camera di Commercio e Industria di Cagliari oltre a pubblicare,
nel settembre del 1913, gli articoli della Legge 11 luglio 1913 n.985 Provvedimenti relativi alla costruzione di serbatoi e laghi sul Tirso e sui fiumi della Sila, annunciava che il
Parlamento aveva reso possibile all’Industria Privata l’esecuzione del bacino del Tirso (durata 60 anni: bacini artificiali e sfruttamento). Accompagnava il Bollettino la relazione di Angelo Omodeo, allegata al Progetto di Massima, presentato dall’ing. Luigi Orlando (futuro presidente della S.E.S.) al Prefetto di Cagliari e con un accurato studio sulla zona d’Oristano dei
professori (Geologia ed Economia Agraria) Vittorio Alpe e Arrigo Serpieri, redatto su incarico degl’ingegneri Omodeo e Merello per il Comitato di Studi per la Sardegna: - Progetto di
derivazione del Tirso a mezzo di serbatoio. L’irrigazione del Campidano d’Oristano. Alpe e Serpieri riportarono impressioni favorevoli sulla possibilità d’introdurre trasformazioni agrarie
in un sistema di coltura ancora così primitivo ed estensivo qual’era, salvo eccezioni, quello del Campidano Oristanese. Avvertivano che, naturalmente, il processo non poteva essere rapido
non esistendo in agricoltura grandi trasformazioni agrarie e fondiarie compiute in breve tempo. Saranno emanate opportunamente le leggi del T.U. 30 dicembre 1923 n.3256 e successivo Decreto
18 maggio 1924 Concorso finanziario dello stato fino all’87,50% per opere di bonifica e la Legge Serpieri 30 dicembre 1924, scaturite dal Convegno di San Donà di Piave cui prenderanno parte,
nel 1922, il medesimo Serpieri (dal 1923 sarà Sottosegretario all’Agricoltura), Angelo Omodeo e altri uomini politici. Felice Porcella intanto, già da un anno Deputato, intraprendeva nel
Regio Parlamento (XXIV Legislatura, Disegno di Legge 3 luglio 1914 n.152 Provvedimenti straordinari in favore della Sardegna) appassionate battaglie per il risanamento
idrico-agricolo-finanziario-culturale della sua Terralba e della Sardegna e ripresentava la progettazione per la bonifica idraulica nella valle inferiore del Tirso e la bonifica agraria del
Campidano d’Oristano, in esecuzione delle leggi riunite nel T.U. 10 novembre 1907 n.844: denunciando la mancanza di disposizioni legislative adeguate; ricordando e riproponendo il progetto
di bonifica idraulica e sistemazione del rio Mogoro (sarà realizzata nel 1923/24), giacente da anni al Consiglio Superiore dei LL.PP. sollecitando l’esecuzione dei lavori sul Tirso. La
Legge 11 luglio 1913, n.985, era considerata un’opportunità favorevole e motivo di studio per far emergere il carattere prioritario e di particolare urgenza dei lavori sul Tirso. Porcella
metteva all’O.d.G., oltre alla sistemazione del rio Mogoro, la contemporanea bonificazione del Comprensorio di Terralba per assicurare i mezzi finanziari necessari nell’opera d’assetto dei
terreni paludosi e siccitosi, destinatari d’irrigazione programmata, auspicando nuovi disegni di legge contemplativi di provvedimenti straordinari dall’indirizzo non solo industriale, ma
aderenti al previsto e precipuo scopo agricolo. Il periodo bellico frenò effetti legislativi e iniziative già avviate, che tesero a stagnare o ad essere insabbiate. Ma il Deputato
Sindaco di Terralba, esasperato anche dall’ennesimo disastro provocato dall’inondazione del febbraio 1917, aveva unito gli sforzi per elaborare progettazioni di bonifica del solo
Comprensorio di Terralba. Solleciterà la collaborazione tecnica dell’amico collega Antonio Pierazzuoli che, favorito anche dallo studio Alpe-Serpieri sul campidano oristanese, pianificherà
le sue fondamentali proposte di bonifica integrale e, insieme, contatteranno colui che ne sarà il realizzatore: l’ing. Giulio Dolcetta. Nell’Oristanese, la scelta del risanamento del
Terralbese, da parte di imprenditori privati ed istituti di credito meno lenti dello Stato, con una bonifica integrale che doveva impiegare migliaia di uomini disoccupati, e donne e ragazzi,
venne accolta come una manna dal cielo, come un ritorno alla vita. Il solo desiderio degli uomini, compresi quelli della Grande Guerra congedati, fu lavorare in pace per farsi una casa e una
famiglia. Le Direzioni della S.I.I.E.T. e della S.E.S. furono pertanto unificate nelle mani di Dolcetta. Egli voleva introdurre un sistema economico più consono alla realtà del momento e
infondere fiducia per l’abbandono definitivo del passato con l’ausilio della tecnologia industriale, quando ricevette da Antonio Pierazzuoli, il 20 febbraio 1918, una lettera dove gli veniva
illustrato il Piano di Bonifica dell’Oristanese. Pierazzuoli spiegava che la propria invenzione era una trovata, era un’idea che se realizzata avrebbe rivoluzionato il sistema agrario sardo,
trasformandolo. Era l’idea scaturita dal ragionamento per capire l’attuale società e porre ordine, per riuscire ad orientarsi e verificare la realtà dei fatti: opera quindi promossa,
studiata e ritenuta finanziariamente molto conveniente, destinata anche ad aprire un nuovo orizzonte alle bonifiche del Mezzogiorno e delle Isole. Il Progetto era articolato in tre parti:
Piano Generale Tecnico costituito di ampia relazione; Disegno, scala di 1 a 100.000; Piano Finanziario, Disegno di Legge Speciale (piano amministrativo). In un’altra lettera del 2 marzo
seguente, Pierazzuoli, caldeggiando il progetto, si preoccupava che Dolcetta fosse convincente verso i futuri finanziatori. I lavori enumerati, scriveva con orgoglio l’ideatore, dovevano
costituire, e costituivano, un piano organico che non si poteva scindere senza danno. Doveva avere quindi un’esecuzione completa. A questo solo fatto si poteva ottenere il magnifico
risultato che la regione di Terralba potesse divenire una delle zone più sane, ricche e popolose. La forza idroelettrica del Tirso, continuava il Pierazzuoli, traversando le condutture
elettriche ed i terreni della Bonifica, poteva essere adoperata per le macchine agrarie, per alcune elevazioni d’acqua e consimili opere, giungendo così a quel mirabile connubio tra
agricoltura e Industria. Pierazzuoli poneva la questione di far affluire sulla zona forze di lavoro e unità familiari da integrare con la popolazione locale: integrare, non sostituire la
popolazione locale, trattandosi infatti di bonificare e di restituire ad essa una terra che le apparteneva. Un Piano Finanziario accompagnava il Piano Generale nei minimi particolari e ne
costituiva una integrazione, ma pure un’ulteriore precisazione delle motivazioni dalle quali, ispirata sollecitata e sostenuta dai fermi e risoluti propositi di Porcella, era nata l’idea di
Pierazzuoli. Il quale, da quando aveva messo piede in Sardegna, vi aveva trascorso il tempo non solo alla Direzione delle Casse Ademprivili, ma altresì a contatto diretto col mondo delle
Associazioni Agricole Sarde. Giulio Dolcetta fece subito esaminare il piano al conoscitore d’ogni angolo dell’Isola, Angelo Omodeo, che l’analizzò ed insieme con il collega Dardanelli,
pur apprezzandolo, ne condizionò la realizzazione alla necessità di provvidenze speciali quasi interamente a carico dello Stato, trattandosi di opere d’interesse nazionale. Pierazzuoli
confidava a Dolcetta che, prendendo atto - seppur con qualche resistenza - del parere di Omodeo e Dardanelli, ammetteva che <<ogni ideatore, si sa, finisce coll’innamorarsi dei suoi
progetti, una debolezza per cui ci vuole un po’ d’indulgenza, specialmente con chi, come me, è alle sue prime armi>>. Felice Porcella espresse tutta la propria soddisfazione ed il pieno
consenso al progetto completato dall’amico. Ai primi d’aprile del 1918, in un incontro a Cagliari con Pierazzuoli e Dolcetta, si distribuirono i compiti: a Porcella quello delicato di
promuovere e di far comprendere il progetto ai suoi compaesani Terralbesi ed ai proprietari terrieri che godevano della rendita del pascolo in modo tale da stimolarli a vendere i loro
terreni; a Pierazzuoli quello di perfezionare lo studio e l’analisi per l’applicabilità della legislazione esistente nel caso, malaugurato, d’espropriazione forzata; a Dolcetta quello di
persuadere e tenere i contatti con i gruppi finanziatori. L’8 agosto 1918 il Decreto Luogotenenziale n. 1256 autorizzò il Governo a concedere l’esecuzione di opere di bonifica
atte anche
al trasporto d’acqua irrigua. Era un provvedimento (integrato in seguito dal Decreto 23 marzo 1919 n.461, alla cui stesura collaborerà Porcella) d’importanza decisiva per la STORIA di tutte
le bonifiche sarde progettate o in esecuzione che muovevano dal presupposto della sistemazione del tronco inferiore del Tirso, dalle colline di Villanovatruschedu fino alla foce e, agli
effetti amministrativi più che a quelli tecnici, contemplavano due comprensori: - Pianura di Terralba, Stagno di Sassu e adiacenze; - Stagno di Santa Giusta, Oristano, Palmas, Silì e
Ollastra Simaxis. Il 29 agosto 1918, Porcella scrisse a Dolcetta preoccupato di chiarire quale fosse la realtà del suo operare e la sostanza dei compromessi di vendita, e cioè il fatto
che peruanto riguardava quelli da fare con i grandi proprietari convenisse adottare l’acquisto diretto, mentre con i piccoli fosse necessario procedere più cautamente al fine di evitare
possibili rifiuti: l’acquisto dei loro terreni era indispensabile e, essendo questi assai numerosi, un rifiuto avrebbe reso impossibile costituire una zona continua di bonifica. S’augurava,
data l’avvisaglia di una sfrenata speculazione fondiaria, che l’imminente pubblicazione del Decreto riproponesse la soluzione dell’esproprio per i latifondi incolti. Chiedeva l’aiuto di
Dolcetta e dei suoi amici imprenditori sul da farsi! Da Ula-Tirso, il 15 settembre successivo, la risposta dell’ingegnere era piena di toni sconsolati e amareggiati: <<e non le nascondo
che se non avessi cominciato ad occuparmi di quest’affare, non lo farei forse più. L’affare perde ogni attrattiva se non viene assicurato in via amichevole la cessione dei terreni o parte di
essi; all’espropriazione si potrebbe arrivare ma credo fermamente che ci si arriverebbe in ogni caso con tali difficoltà e lungaggini e con tante cautele e gesuitiche riserve da parte del
Governo, che non sarebbe certo possibile perdere ora questa speranza>>. Per avviare l’impresa chiedeva di poter ottenere almeno i compromessi su 4.670 ettari comprensivi dello Stagno di
Sassu e grandi proprietari, per i quali metteva a disposizione la cifra massima di due milioni di lire. Chiedeva a Porcella di ottenere nel contempo, dal Comune di Terralba, l’impegno a
concedere in enfiteusi i terreni da includere nella Bonifica: circa 3.200 ettari, ceduti il 9/6/1919 e riscattati con affrancazione alla S.B.S. il 5/12/1928 per 1.608.193,75 lire, poi
ridotte il 22/3/1929 a lire 1.592.725,55. Suggeriva inoltre di proporre ai proprietari il pagamento dei terreni parte in contanti e parte con quote della futura società. Il tutto
condizionato all’ottenimento dal Governo dell’atto di concessione della Bonifica stessa (DM 27/3/22 n.1605). I mesi di novembre e Dicembre del 1918 segnarono i risultati determinanti per
l’avvio dei lavori progettati: la proposta dell’On. Felice Porcella in seno al Consiglio Comunale di Terralba, per la cessione in enfiteusi dei terreni comunali da bonificare, era approvata
all’unanimità. Il 13 dicembre, con la Deliberazione 63, la Giunta Comunale di Terralba - vista la domanda presentata il 1 dicembre 1918 - con voti unanimi deliberava di <<accogliere
favorevolmente la domanda presentata dall’ing. Giulio Dolcetta e di autorizzare il Sindaco a stipulare il relativo atto di Cessione in Enfiteusi dei beni e terreni patrimoniali incolti>>. Il
Gruppo Promotore della Bonifica del Terralbese, con la conclusione di tutti gli atti regolari, passò alla costituzione (23/12/1918) della Società, con cap.soc. un milione poi elevato a otto
milioni di lire, 1° Consiglio d’Amministrazione: Giuseppe Menada presidente, Giulio Dolcetta consigliere delegato, ed al collegio sindacale Ferdinando Adamoli, Raffaele Lostia, Fralvio
Recchini, Carlo D. Angeli; Giuseppe Ferrario e Angelo Bruni supplenti. Il 24 dicembre 1918 Giulio Dolcetta e la S.B.S. acquisirono da Antonio Pierazzuoli la <<domanda di concessione di
bonifica nel territorio di Terralba presentata al Ministero dei Lavori Pubblici per mezzo del Genio Civile di Cagliari, come risulta da lettera e ricevuta dell’ufficio stesso in data 5
ottobre 1918, trapassando con questo nella detta Società ogni diritto che possa derivarLe dall’invenzione (idea, ndr) della compilazione del progetto e della domanda stessa: in corrispettivo
di questa cessione la S.B.S. Le pagherà () la somma convenuta di L. 150.000 (centocinquantamila). () Mentre nulla Le resterà per nessun motivo a ripetere dalla S.B.S. in relazione alla Sua
qualità di inventore e progettista, la società stessa La assume a partire dal 1 gennaio 1919 in qualità di consulente con lo stipendio fisso di L. 12.000 annue>>. Con la costituzione
della Società Bonifiche Sarde, si concludeva la fase di CONCEPIMENTO-ideazione della Bonifica comprendente confini economici-igienici-demografici e sociali, àuspici il ruolo politico di
Felice Porcella e la popolazione di Terralba che fortemente vollero la redenzione delle loro terre, affidando a Pierazzuoli e Dolcetta la soluzione tecnica e operativa di anni di
progettazioni. Il solco fu tracciato, con i presupposti per una buona riuscita più che incoraggianti. I Terralbesi e i SARDI BONIFICATORI
potranno iniziare a costruirsi una nuova esistenza,
migliorare la loro qualità della vita, rinnovare forse le loro radici anche con la
MIGRAZIONE della nuova gente che giungerà numerosa, attratta dal lavoro-benessere e per la riuscita di
un’opera bonificatrice immane, integrandosi con l’antica popolazione alla quale la terra apparteneva. Si compiva in questi anni successivi alla prima guerra mondiale un processo
d’industrializzazione che, però, vedeva ancora la Sardegna attaccata all’antica situazione agraria e stentatamente toccata da quel processo di trasformazione industriale profondamente già in
corso in Italia. Tuttavia <<si era ormai formato uno schieramento di studiosi, politici, tecnici, stampa e istituzioni rappresentative d’interessi industriali ed agricoli che unanimemente
chiedevano l’intervento risolutore dello Stato e della grande impresa privata per porre fine alla condizione di arretratezza dell’Isola (G.Pisu)>>. Iniziò il 1° marzo 1919 la coltivazione
dei terreni cominciando dalla TANCA DEL MARCHESE: Azienda (Tenuta) 4 km a sudovest di Terralba, diretta dall’ing. Ottavio Gervaso, l’ing. Dionigi Scano Direttore generale della Bonifica,
espressamente incaricati da Giulio Dolcetta, i quali avviarono la fase operativa (gestazione) per la realizzazione dei progetti in via di elaborazione. Furono assunti subito un centinaio di
operai e la S.B.S. installò il suo Quartier Generale presso la Cascina del Marchese riadattata. Era l’unico manufatto esistente nei circa novemila ettari da bonificare, dove si presentarono
i lavoratori sollecitati dai bandi comunali di Terralba, Marrubiu, Uras, S.N.D’Arcidano, Santa Giusta e tanti altri paesi sardi, e dal 1927-28 i continentali che s’insedieranno pian piano
sulla terra bonificata: Mussolinia-Arborea., nata come Villaggio Mussolini il 29-10-1928 e ..Galleria Fotografica |